«Hortus conclusus soror mea, sponsa, hortus conclusus, fons signatus.»
Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata.
— Cantico dei Cantici, 4,12
Il Barco Borghese, sulla piattaforma superiore di un grandioso terrazzamento di età romana, è un luogo dalla doppia natura: sotto, il più vasto complesso di sostruzioni a volta finora conosciuto — circa duecento ambienti; sopra, una spianata di quattro ettari che nei secoli ha alternato la destinazione a campo di caccia e a frutteto. È qui che rivive oggi il Pomario del Papa.
Con il termine «Barco» si indicava, fra Cinque e Seicento, la porzione di una grande villa extraurbana che veniva recintata con un muro e riservata, in origine, alla caccia. Era una moda diffusa fra i grandi casati: c’erano il Barco estense sotto Tivoli, il Barco Reale mediceo, il Barco ducale di Ferrara. Il recinto isolava un mondo a parte, una natura addomesticata e racchiusa entro confini precisi.
A questa idea di spazio chiuso si lega la tradizione dell’hortus conclusus, il «giardino chiuso» di derivazione altomedievale che, attraverso la mediazione monastica, approda al giardino rinascimentale carico di simbolismi laici e religiosi. Come sezione utilitaria del giardino storico (viridarium) si specializza il pomarium, il frutteto, che spesso conserva la forma geometrica chiusa con un disegno a croce e, al centro, una fontana o l’albero della vita. Sono noti gli esempi del pomario ducale di Massa e di quello vescovile di Bolzano: a questa tipologia appartiene anche il Pomario del Barco.
Tutto ha inizio nel 1567 per opera di un personaggio singolare, Marco Sittico Altemps, esponente di una nobile famiglia originaria dell’Austria occidentale (ab alta Ems), uomo d’arme in gioventù, poi Cardinale alla Corte Papale, dove latinizzò il nome.
Sul colle tuscolano, dove rileva una proprietà Farnese, Villa Angelina, ampliata su progetto del Vignola e ribattezzata Villa Tuscolana, egli si trova di fronte una grande spianata di quattro ettari, ingombra di ruderi, con un fronte monumentale detto «le grotte alte»: il segno di un grande terrazzamento artificiale di età romana. L’Altemps fa recintare la spianata ripristinando il perimetro murario antico, vi costruisce ai margini un casale e una stalla, e la adatta a Barco.
Nel 1573 l’Altemps avvia la costruzione di villa Mondragone, opera di Martino Longhi il Vecchio. Nel 1613 villa e Barco passano a Papa Paolo V Borghese e al nipote, il cardinale Scipione, insieme a villa Vecchia (già Tuscolana) e alla vicina villa Taverna. Il Vasanzio è il progettista di questa nuova splendida fase edilizia.
Nasce così il Burghesianum, il più straordinario complesso di ville extraurbane nell’Europa di allora: il Barco, dotato di un nuovo portale, alterna la destinazione a campo di caccia e a Pomario, vocazione che si afferma poi definitivamente.
L’asse prospettico parte da villa Mondragone, attraversa il viale d’accesso e si conclude al Barco: il segno di una grandiosa composizione a scala territoriale. Questo «cannocchiale prospettico» ha due fuochi, corrispondenti a due fontane monumentali — la fontana dei Draghi sul «terrazzone» di Mondragone e la fontana del Barco, forse entrambe del Vasanzio.
Una volta entrati nel Barco, il muro perimetrale — più alto della figura umana — occlude la vista verso l’esterno, esaltando l’impressione dello spazio conchiuso: lo sguardo si apre verso Roma e la Campagna Romana solo al termine della spina centrale. Un’accorta regia per un crescendo emozionale.
Dalle origini cinquecentesche alla rinascita del Pomario.
Il cardinale Marco Sittico Altemps acquista e amplia Villa Angelina, già dei Farnese; recinta la grande spianata di quattro ettari e la adatta a Barco.
L’Altemps avvia la costruzione di villa Mondragone, opera di Martino Longhi il Vecchio.
Papa Paolo V Borghese, col nipote Scipione, acquisisce Mondragone, villa Vecchia, villa Taverna e il Barco: nasce il «Burghesianum». Il Barco alterna la destinazione a campo di caccia e a pomario.
Urbano VIII Barberini dismette Villa Mondragone come sede pontificia, che trasferisce a Castel Gandolfo.
Ultimo grande avvenimento mondano a Villa Mondragone: la rappresentazione de «La Zaira» di Voltaire; inizia il declino.
Villa Mondragone conosce periodi di abbandono e distruzioni; Camillo Borghese vende la collezione di sculture al Louvre; la nuova strada carrabile fra Frascati e Monte Porzio interrompe la continuità con il Barco.
I Borghese vendono Villa Mondragone ai Gesuiti (Nobile Collegio di Mondragone) e Villa Borghese alla famiglia Parisi; il Barco resta centro dell’azienda agricola Mondragone.
Grossi Gondi e Thomas Ashby esplorano le «grotte alte»; Ashby disegna la prima planimetria delle sostruzioni.
Le sostruzioni vengono affittate a una fungaia che le occulta con teli; il pomario è abbandonato. I Gesuiti dismettono il Nobile Collegio.
L’Università di Roma «Tor Vergata» acquista villa Mondragone.
Con l’acquisto da parte della Cooperativa «Il Parco» si dà disdetta alla fungaia e si riscoprono circa 200 ambienti voltati.
Comodato d’uso al Comune di Monte Porzio Catone.
Con il Giubileo arrivano i primi finanziamenti per il recupero archeologico.
Apertura al pubblico del settore archeologico delle sostruzioni.
Il Bando PNRR «Parchi e giardini storici» fa partire il recupero del Pomario.